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CGUE: legittima la sostituzione dell’impresa in caso di scioglimento del RTI

Con la sentenza del 24 maggio 2016, nella causa C-396/14, la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata in merito allo scioglimento del raggruppamento temporaneo di imprese in corso di gara, ammettendo la sostituzione con la singola impresa rimasta.

In merito, la Corte ha affermato che il principio di parità di trattamento degli operatori economici, ex art. 10 della direttiva 20114/17/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, datata 10 marzo 2004, la quale si occupa di coordinare le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia e degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, in combinato disposto con l’art. 51 della medesima, deve essere interpretato nel senso che un ente aggiudicatore non viola tale principio se autorizza uno dei due operatori economici che facevano parte di un raggruppamento di imprese invitato, in quanto tale, da siffatto ente a presentare un’offerta, a subentrare a tale raggruppamento in seguito allo scioglimento del medesimo e a partecipare, in nome proprio, a una procedura negoziata di aggiudicazione di un appalto pubblico, purché sia dimostrato, da un lato, che tale operatore economico soddisfa da solo i requisiti definiti dall’ente di cui trattasi e, dall’altro, che la continuazione della sua partecipazione a tale procedura non comporta un deterioramento della situazione degli altri offerenti sotto il profilo della concorrenza.

Ne deriva, pertanto, che sono due le condizioni necessarie: che l’impresa sia in possesso – da sola – dei requisiti necessari per l’ammissione alla procedura di gara in questione; e che la continuazione della situazione a tale procedura non comporti un deterioramento della situazione degli altri offerenti, sotto il profilo della concorrenza.

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APPALTI DI SERVIZI LEGALI ALLA LUCE DEL NUOVO CODICE DEI CONTRATTI

Con la sentenza n. 334 del 6 febbraio 2017, il TAR Sicilia – Palermo, Sez. III, si è pronunciato sulla legittimità o meno del bando di un appalto di servizi legali indetto da un Comune che avrebbe violato i principi in materia di equo compenso e le regole di leale concorrenza.

I Giudici del TAR adito hanno sottolineato che la disciplina contemplata nel nuovo codice degli appalti (d.lgs. 50/2016) include all’art. 17 l’ambito dei servizi legali tra i c.d. “settori esclusi”, non trovando applicazione, sotto il profilo oggettivo, gli appalti e le concessioni di servizi riguardanti i servizi legali, malgrado venga ribadita l’esigenza del rispetto dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità e pubblicità.

Alla luce di tali considerazioni, è stato ritenuto il bando emanato dal Comune che nella procedura non abbia rispettato il principio di equo compenso, confermando ancora una volta che “per l’affidamento di servizi legali da parte delle PP.AA., anche sotto la soglia comunitaria, la scelta del contraente deve seguire le regole comunitarie della trasparenza, non discriminazione e pubblicità della procedura, dovendosi distinguere tra incarico occasionalmente svolto dal professionista e servizio legale esternalizzato”.

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FALLIMENTO SOCIETÀ IN HOUSE

Con la sentenza n. 3196 del 7 febbraio 2017, la Corte di Cassazione, Sez. I Civ., si è pronunciata sull’applicabilità o meno della disciplina del fallimento alle società in house, affermando che “deve ritenersi che una società, costituita secondo le forme della società a responsabilità limitata, affidataria da parte dell’ente territoriale pubblico partecipante di plurimi servizi di gestione del relativo patrimonio, nell’ambito di un rapporto disputato quanto alla prossimità al controllo analogo, proprio delle società in house, è soggetta alla norme sul fallimento previste per le società private”. 

Secondo i giudici della Suprema Corte: “Il rapporto tra società ed ente è perciò di assoluta autonomia, non essendo consentito al secondo di incidere unilateralmente sullo svolgimento dello stesso rapporto e sull’attività della società mediante poteri autoritativi, ma solo avvalendosi degli strumenti previsti dal diritto societario e mediante la nomina dei componenti degli organi sociali”.

Pertanto, le disposizioni contenute nel Codice civile e nella legge fallimentare valgono per tutte le società, anche per quelle in house che possono quindi fallire.

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SOCCORSO ISTRUTTORIO IN CASO DI ERRORE NELLA DOMANDA DI PARTECIPAZIONE AI CONCORSI

Con la sentenza n. 144 del 9 febbraio 2017, il TAR Veneto, Sez. I, si è pronunciato sull’utilizzo del c.d. “soccorso istruttorio” a rettifica di domande di partecipazione ai concorsi erronee o incomplete, affermando che “Ai sensi dell’art. 6, comma 1, lett. b), della l. n. 241/1990 e dell’art. 71, comma 3, del d.P.R. n. 445/2000, la P.A. deve concedere il soccorso istruttorio volto alla rettifica di dichiarazioni o istanze erronee o incomplete, salvo che costituiscano falsità, qualora il modulo per la partecipazione al concorso pubblico rappresenti l’unica forma possibile di presentazione della domanda”.

Tale regola deve ritenersi valevole, altresì, per l’ipotesi di domanda redatta in forma telematica.

Di conseguenza, sulla base di tali valutazioni, si considera “illegittimo il provvedimento di esclusione da un concorso adottato perché il candidato interessato, nella domanda di partecipazione, da presentare con modalità telematiche, ha commesso un errore, allorché si sia trattato di un semplice errore materiale, non corrispondente all’effettiva volontà dell’interessato, il quale emerge dagli elementi contenuti nella domanda stessa”.

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Prezzo più basso: la p.a. non può procedere a verifiche e prove delle offerte.

Il Consiglio di Stato ha avuto modo di stabilire lo scorso 19 luglio, in seno alla sentenza n. 3206 (Cons. St., sez. V, 19 luglio 2016, n.3206), che nelle gare bandite secondo il criterio del prezzo più basso l’amministrazione è chiamata sì a verificare la conformità del prodotto alle specifiche tecniche predeterminate dalla lex specialis (Cons. St., sez. V, 11 dicembre 2015, n. 5655), ma con qualche limitazione.

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